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giovedì 20 febbraio 2014

Grazie Manusc per avermi ritrovata!



Accade in una città scintillante come Luanda di notte che, mentre esci da un locale dove era in corso l'inaugurazione di una mostra d'arte, un gruppo di bambini ti si avvicini all'improvviso facendo sbucare dal buio le loro faccine da cui spiccano solo il bianco degli occhi e dei denti.

Quando succede normalmente si sceglie di sbrigarsi a raggiungere la macchina, tanto più se in mano hanno una forbice e delle lattine tagliate, oppure di mettere mano al portafogli per dargli qualche spicciolo nella speranza che si accontentino e si allontanino in fretta.

A volte però, e ultimamente mi accade spesso, succede che dal buio, mentre intorno già sono circondata di bambini con i quali tento di parlare… perché per me altro non sono che "clienti" futuri di Casa Magone, qualcuno mi chiami per nome.

Ecco quel momento, quello in cui nella notte, mentre rincorro la mia vita fra un locale e l'altro, fra una cena e una mostra d'arte, sento pronunciare con una gioia mista a stupore "Francisca!", quello è l'unico, l'unico momento in cui mi sento davvero felice, perché so che c'è ancora qualcosa, qualche piccola cosa, che posso fare con quel nome.

Grazie Manusc per avermi ritrovata l'altra notte e per aver usato i due dollari che ti ho messo in mano per andare "de taxi" fino a Sambizanga, ancora
a Casa Magone, questa volte senza più scappare, spero!

mercoledì 20 febbraio 2013

Il violino di Leo



Leo ha la faccetta simpatica. Il sorriso largo, le sopracciglia ben definite, è tenero e furbo allo stesso tempo.

Lui era di quelli della Magone, che qui indica i meninos che nella casa di accoglienza ci vanno solo la sera a dormire per poi tornare al mattino sulla strada.  

Essere della Magone è come dire che sei uno "tosto", uno che non ha ancora mollato la strada, che dalla strada porta cose, da vendere in casa ai compagni della Margarida, quelli che invece al mattino restano in casa e seguono gli educatori nelle loro attività. 

Fuori si corre, si ruba, ci si droga e si spaccia, ma il fatto di tornare la sera è l'inizio del cammino.

Poi accade che quelli della Magone entrino nella Margarida, perché hanno capito che il giochetto di uscire e rientrare non li porta da nessuna parte.

Così anche Leo, che entrava e usciva e sembrava contento, un giorno uscendo ha visto che gli altri ragazzi andavano in classe ad ascoltare una volontaria suonare il violino. 

Per un istante è rimasto lì, dietro la porta, ad ascoltare. Questa cosa l'ha sconvolto, è scattato un clic nella sua testa. Forse Leo ha capito cosa si stava perdendo scegliendo la strada e ha chiesto ad Adjaime, il direttore della casa, di restare.

Ora Leo fa parte dei ragazzi che vogliono farcela. Oggi, mentre eravamo seduti in terra e mi teneva le mani strette perché gli avevo appena dato una caramella, Leo ha cominciato a raccontarmi la sua storia. 

Famiglia disastrata, padre che lo picchiava, la fuga in strada per salvarsi. Poi sulla Primero de Maio, la casa di questi bambini perduti, "chupava gasolina" e "fumava "djamba". 

L'ha fatto per quattro mesi. "Passa la fame, ti senti molle e stordito, poi quando cammini ti manca il respiro, senti i polmoni affaticati" racconta, fino al giorno in cui le note di un violino lo hanno portato fin qua!

martedì 19 febbraio 2013

La calma che conduce a Kala Kala

Il condongueiro che ha condotto i ragazzi da Luanda a Kala  Kala

Sono tornata alla scuola delle cose rotte e ho trovato che per 14 ragazzi che la frequentavano da qualche anno era tempo di partire.

Saliti sul condongueiro, sono andati a Kala Kala, 50 chilometri da Luanda, la loro nuova casa, dove studiare, giocare a pallone e imparare un mestiere.

I frequentatori di questa scuola, i meninos de rua, ragazzi spesso senza famiglia e sempre senza una casa, partono con una piccola mochilla, uno zainetto.  Dentro c'è tutto quello di cui un essere umano può avere bisogno per condurre un'esistenza dignitosa e nient'altro: tre camicie, un pantalone, un calzoncino, un completo da calcio, uno spazzolino da denti, una pasta dentifricia, una saponetta, dieci quaderni, un astuccio e la Bibbia.

Come sempre a questa scuola, che frequento senza pagare la retta, imparo più che all'Università di Roma dove la retta la pagavo, eccome! 

Nella mia di mochilla quando viaggio, infilo cose insulse che sempre mi sembrano essenziali e poi scopro, al rientro, di non averle usate.

Andati loro, restano nella Casa Magone-Margarida di Sambizanga, solo pochi meninos che appaiono smarriti. La mancanza dei compagni si legge sui volti ma parlarne è proibito. Qui il dolore, la paura, il dispiacere, la tristezza, non sono cose che si raccontano, vanno intuite, è una regola non scritta. 

Alcuni dei ragazzi partiti per Kala Kala
Così leggo sul volto di Alexi che gli mancano i compagni e su quello di Cristiano che occorre pazientare, il prossimo anno toccherà a lui.

Finchè incontro il volto di Garcia e fa paura. Ha un occhio nero e gonfio, una tempia sanguinante, un grosso cerotto sulla spalla. Gli chiedo cosa sia successo e con quella voce roca che solo i bambini di strada di qui riescono ad avere (insieme ai nostri fumatori di ottant'anni), mi racconta che è caduto dalle scale. 

Come fanno le bugie delle vittime ad essere uguali a Luanda, Londra, Roma e New York? Ecco qualcosa che accomuna chi è picchiato da un proprio caro o da un conoscente! 

La versione dell'espancamento, prende forme e colori diversi nel corso della giornata, fino a quando qualcuno mi dice che devo pazientare, che la verità verrà a galla. 

Qui si impara anche quella pazienza che in Africa è fondamentale per vivere, senza la quale non si va avanti e non si capisce nulla. Quella pazienza che è diventata un mantra nella mia testa "fica calma, Francesca" , spesso mi ripete la gente di qua.  Allora me lo dico anch'io, mentre scruto il volto di Garcia, entrato ora a Casa Magone, al posto di qualcuno andato a Kala Kala, "fica calma" che fra qualche giorno uscirà la verità e Garcia inizierà il suo cammino. 

 Alla scuola delle cose rotte con il tempo, con la preghiera e con l'intuito si arriva fino al verde di Kala Kala, dove con la calma, si impara a dare al proprio futuro una forma.

martedì 4 dicembre 2012

Aspettando il Natale



Aspettando Natale, mentre nel mondo accadono cose importanti e c'è fibrillazione ovunque si guardi, nel ricovero per meninos de rua Magone/Margarida la vita scorre "placida".

In questa casa, caduta come un pezzo di Lego rosso dalle mani di un bambino gigante nel bel mezzo di uno slam luandese, il  resto del mondo non è che un indecifrabile quadro astratto, un nebbioso sentito dire, una specie di miraggio smosso dal caldo.

Fino al minuto prima di mettere piede qui dentro credevo che la cosa davvero necessaria per una come me, una giornalista, fosse essere nel posto giusto al momento giusto, proprio lì dove la "storia" si svolge. 

Ancora una volta credevo di sapere tutto e invece scopro che a certe latitudini la storia che muove il mondo, le guerre, le crisi economiche, i tornado persino o i terremoti, non sono che quel battito di farfalla dall'altra parte di mondo. 


Da un posto come questo si scopre che le cose da raccontare stanno lì, dritte negli occhi di chi ti guarda con stupore perché dopo mesi non te ne sei ancora andato, non li hai lasciati come hanno fatto le loro stesse madri quando un giorno, distrutte o disperate o affamate, li hanno guardati per la prima volta con odio. 

Questi ragazzi sanno di se stessi che non meritano niente, perché dal disprezzo di una madre, dal rifiuto di un padre, dalle botte, dalle torture, dagli avvelenamenti da parte di chi li ha generati e avrebbe dovuto amarli, non nasce certo l'autostima, piuttosto la paura, la commiserazione di se stessi, l'autolesionismo, la disillusione. 

Chi sono loro per aspettarsi che qualcuno li consideri bambini veri, chi sono se non "porta sfortuna", "feiticos", piccoli esseri rifiutati dalle loro stesse famiglie? 

Ecco allora nascere lo stupore quando si accorgono che qualcuno li considera. Quello stupore, che a ogni incontro mi avvolge tutta, è la linfa stessa della vita. Quello stupore è la cosa preziosa da preservare, è il seme del loro futuro, è la famosa cosa da raccontare, è la mia personale, sensazionale, breaking news!

Waiting for Christmas




Waiting for Christmas, while important things are happening around the world and there is fibrillation everywhere, in the Magone/Margarita street children Shelter life goes on "peacefully".

In this house, fall like a piece of Lego from the hands of a giant child in the middle of a shantytown, the rest of the world seems an abstract painting, a foggy rumor, a kind of mirage trembled by the heat.

So far I figured the most important think for someone like me, a journalist, was to be in the right place at the right time, exactly where the "History" take place. 

Once again I was wrong! At these latitudes the world won't be moved by wars, economic crises, even tornadoes or earthquakes, which here looks like a butterfly beat.

From a place like this it early turns out that the stories to tell are straight into the eyes of those children while they are looking at you with a kind of surprise, because after months you are not yet gone, you haven't left them as their own moms did once, being despair, tired or hungry. 

These guys believe they do not deserve anything, because from the contempt of a mother, the refusal of a father, the beatings and the tortures from those who would have loved them, certainly doesn't come the self-esteem rather fear, self pity, self-injury, disillusionment.

Who are they to expect that someone will consider them as real children, who are if not "bad luck", "feiticos" rejected by their own families?

Here then is where the amazement born, when they realize that someone considers them. That wonder is the sap of life. That wonder is the valuable thing to be preserved, is the seed of the future, is my personal, sensational, breaking news!

mercoledì 28 novembre 2012

Elogio della loro verità


I miei amici della Magone/Margarida, che ve lo dico a fare, ormai lo avrete capito, hanno più vita dentro di una bottiglia di Champagne scossa. Non riesco più a fare a meno della loro verità. 

Sono veri quando stanno male, così male che sembrano morti, perché qui quando il paludiamo se li prende, la febbre sale così tanto che a toccarli ci si scotta. 

Sono veri quando si vergognano. Cielo, avevo dimenticato cosa vuol dire provare quel sano, genuino imbarazzo nel mostrarsi, nel parlare in pubblico, nel salutare. Dov'è tanta spontaneità nel mondo che conosciamo? 

Sono veri quando piano piano ti si avvicinano e fanno quello che gli chiedi di fare e poi iniziano con le domande, su tutto. Perché loro di mondo conoscono solo il pezzo che va dalla strada al cassonetto dell'immondizia. 


Sono veri quando ridono e non è come con i nostri bambini che gli ridono anche gli occhi oltre alle labbra, qui si ride ma negli occhi resta un alone. Quello è cosa vera, che non si cancella.

Sono veri quando piangono e sono veri quando si prendono a spintoni. Sono veri quando abbassano il capo perché stai per lasciarli, ma non sanno come dirti che gli dispiace.

Sono veri, privi di orpelli, nelle loro magliette bucate, nei pantaloni strappati, che ogni volta si cerca di rattoppare e lo si fa più per sedersi in terra, che di sedie lì non ce ne sono, e stare insieme a parlare, che per vestire come si conviene.

Sono veri come nulla dal giorno in cui le mie figlie sono nate, ad oggi e la loro verità mi fa pesare sempre più questa vana, inutile menzogna in cui ci crogioliamo credendo di sapere tutto.